I
L PROBLEMA DEI GIOVANI E DEL NON LAVORO
QUALE PARADIGMA DEI NOSTRI TEMPI.
di Tonino
Simone
Parlare di giovani, del loro non futuro e della crisi di
lavoro: è un esercizio tanto
affascinante quanto drammatico
sia sotto il profilo politico che sociale.
Tutto ciò in virtù del
fatto che la crisi dei nostri tempi, non è solo crisi di valori etici e morali,
ma anche di prospettiva economica e di pianificazione del domani per un futuro
che appare sempre più cupo e drammatico
specie per le giovani generazioni.
Su questo problema si
moltiplicano quotidianamente drammatiche frustrazioni sociali per cui, nessuno può mettere in
dubbio il fatto che sulla crisi del lavoro si possa avverare il rischio di una
alterazione del concetto stesso di libertà e democrazia, vista la
circostanza che questi valori rischiano di essere limitati e
compromessi dal peso eccessivo che sta
assumendo il denaro, il profitto, la rendita individuale, la finanza creativa.
La globalizzazione stessa
dei processi sociali, dell’economia, dei saperi, in modo irrimediabile sta
sempre di più assoggettando a sé tutte le attività, tutti li spazi e tutti i beni una volta considerati comuni, in un
gigantesco processo i subordinazione e disvalorizzazione del lavoro.
Non a caso oggi si vive
forse il massimo dello sfruttamento e
dell’alienazione, specie per quanto riguarda il diritto al lavoro e delle sue
garanzie in passato conquistate.
Le stesse grandi ondate di
innovazioni scientifiche e tecnologiche che l’umanità ed il mondo intero stanno
acquisendo, rischiano di aggravare paradossalmente i principali problemi
dell’umanità se, queste stesse conquiste, non vengono sapientemente regimentate
verso un appropriato uso comune.
Si percepisca la convinzione e si eviti che
queste stesse conquiste, sospinte dai grandi poteri finanziari, economici ed
imprenditoriali, vengano utilizzate per raggiungere e conquistare obiettivi di
massimizzazione del profitto, sfruttamento delle risorse, esclusione di ampi
ceti sociali dal processo di crescita e sviluppo economico.
Si rischia il paradosso
che la cattiva gestione del progresso scientifico e culturale stesso: potrebbe
essere la causa del verificarsi della
presenza di un assetto sociale che ci costringe a convivere con condizioni più gravi di povertà e fame.
Sebbene tutto ciò accade
in un mondo più ricco e più industrializzato.
Non possiamo affatto continuare ad andare avanti convinti che
esiste una crescita infinita in un mondo infinito, per di più al di fuori di
logiche ispirate al rispetto di tutte le forme di uguaglianza e di libertà, al
rispetto della natura stessa..
Il diritto alla piena
libertà dell’individuo sta lasciando il posto sempre di più, ad una sorta di
individualismo esaltato e verso una sempre più forte violenza morale e
materiale.
Libertà ed
uguaglianza non potranno avverarsi e/o
convivere senza il rispetto del principio della fraternità, cioè: senza una
concezione che sostenga e promuova la consapevolezza della comune appartenenza
alla natura, senza quel valore aggiunto che è la solidarietà tra tutti gli uomini.
In questo contesto
culturale e sociale, è paradossale il tentativo di disconoscere la centralità
del lavoro come fattore di crescita sociale ed individuale, come condizione
fondamentale dell’esistenzialità stessa dell’individuo.
Alcune scelte
politiche non propriamente compatibili con lo stato delle cose, negli
ultimi anni, hanno aggravato tali questioni ed hanno prodotto il risultato, anche su scala
globale, di aumentare le forme di sfruttamento del lavoro fino al ricorso in
modo sistematico al lavoro minorile e a forme di vera e propria moderna schiavitù, specie nei paesi
emergenti.
Sicché il lavoro ha perso
quella propria soggettività etica e morale di un tempo, quella propria valenza giuridica ed il lavoratore oggi, sempre più privo di
soggettività ed autonomia, è diventato
funzionale agli interessi dell’impresa, ovvero: soggetto sacrificale nei
riguardi della speculazione economica, della
rendita e del profitto.
In un clima ideologico di accondiscendenza della mercificazione dei diritti sociali, dove
il diritto al lavoro si coniuga con altri diritti di più nobile valore
intrinseco come libertà e
democrazia, il lavoro ha perso
anche il significato di “rispetto della
personalità e dignità del cittadino lavoratore”.
E’ indubbio che il
cittadino senza lavoro perde parte della sua autonomia ed è costretto a mettere
in gioco la sua stessa libertà .
Tutto il suo mondo
fideistico, culturale, umano e sociale viene precarizzato e la sua stessa vita
si carica di incertezze, ansie e paure, se non addirittura di subordinazione e
di soggezione.
Sicché è
necessario capire che sul corretto
concetto di “lavoro e non lavoro “, così come sulle condizioni di contrasto tra
questi due aspetti sociali; si
costituisce il principale criterio attraverso cui viene concepita
e vissuta la dimensione stessa della vita.
Specie le giovani
generazioni dovrebbero assegnare a questa dimensione un grande peso, una grande
valenza etica, al fine di
modificare i consumati processi di destrutturazione economica e sociale dei
nostri tempi e proporre nuovi percorsi di incivilimento economico e culturale.
In sostanza, lavoro come diritto al sapere, allo studio,
all’arricchimento culturale, alla crescita sociale non solo in termini crudemente
economici.
Il mondo politico e le
classi dirigenti del nostro paese, per il futuro stesso della nostra
società, narrino il lavoro in termini di
diritto e non di favore dando consapevolezza e speranza che ancora tanto si può
fare in termini di ricchezza e
valorizzazione del lavoro, in termini di un nuovo stato sociale, di un
welfare meglio contrattualizzato e compatibile con le vere esigenze
sociali continuamente in evoluzione stante i repentini cambiamenti epocali legati
non ultimo a irrefrenabili processi di
globalizzazione incontrollata.
L’anello debole di questa
vicenda sono i giovani di oggi, le
generazioni del terzo millennio.
Su questa generazione il
dilemma “lavoro e non lavoro” scarica ansie e frustrazioni anche in rapporto ai
sentimenti ed ai legami tra giovani stessi e famiglia.
Non a caso, la crisi di
autorità che oggi sconta la famiglia verso i figli è fortemente condizionata
dalla insicurezza dei giovani perché privi di opzioni ed interessi che danno
senso alla propria esistenza.
Occorre che si
ricostruiscano nuove premesse affinché le nuove generazioni tornino ad
investire sul proprio futuro evitando di
costringere loro a vivere una sorta di adolescenza prolungata che dilapida il presente ed annulla ogni
speranza di futuro.
E’ necessario, più che
mai, creare rete e massa critica, al fine di costruire insieme un percorso, un processo di denuncia sociale verso le istituzioni nella speranza che il
problema non continui ad essere sottaciuto,
ma al contrario, discusso e risolto
attraverso i normali canali della politica e della programmazione dei governi
nazionali e regionali e locali.
Più che mai si invochi la
necessità e la speranza nel ridare dignità e sicurezza ad un mondo migliore; nel vivere una quotidianità lontana dalle
ansie e dalle paure; per dare sicurezza di vita
ai figli del futuro.

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