lunedì 5 ottobre 2015

giovani e lavoro

I

L PROBLEMA DEI GIOVANI E DEL NON LAVORO QUALE PARADIGMA DEI NOSTRI TEMPI.
di Tonino Simone

 Parlare di  giovani, del loro non futuro e della crisi di lavoro: è un esercizio tanto  affascinante  quanto drammatico sia sotto il profilo politico che sociale.
Tutto ciò in virtù del fatto che la crisi dei nostri tempi, non è solo crisi di valori etici e morali, ma anche  di prospettiva economica  e di pianificazione del domani  per un futuro  che appare sempre più cupo e drammatico  specie per le giovani generazioni.
Su questo problema si moltiplicano quotidianamente drammatiche frustrazioni  sociali per cui, nessuno può mettere in dubbio il fatto che sulla crisi del lavoro si possa avverare il rischio di una alterazione del concetto stesso di libertà e democrazia, vista la circostanza  che questi  valori rischiano di essere limitati e compromessi  dal peso eccessivo che sta assumendo il denaro, il profitto, la rendita individuale, la finanza creativa.
La globalizzazione stessa dei processi sociali, dell’economia, dei saperi, in modo irrimediabile sta sempre di più  assoggettando  a sé tutte le attività, tutti li spazi  e tutti i beni  una volta considerati comuni, in un gigantesco processo i subordinazione e disvalorizzazione  del lavoro.
Non a caso oggi si vive forse il massimo dello sfruttamento  e dell’alienazione, specie per quanto riguarda il diritto al lavoro e delle sue garanzie in passato conquistate.
Le stesse grandi ondate di innovazioni scientifiche e tecnologiche che l’umanità ed il mondo intero stanno acquisendo, rischiano di aggravare paradossalmente i principali problemi dell’umanità se, queste stesse conquiste, non vengono sapientemente regimentate verso un appropriato uso comune.
Si  percepisca la convinzione e si eviti che queste stesse conquiste, sospinte dai grandi poteri finanziari, economici ed imprenditoriali, vengano utilizzate per raggiungere e conquistare obiettivi di massimizzazione del profitto, sfruttamento delle risorse, esclusione di ampi ceti sociali dal processo di crescita e sviluppo economico.
Si rischia il paradosso che la cattiva gestione del progresso scientifico e culturale stesso: potrebbe essere  la causa del verificarsi della presenza di un assetto sociale che ci costringe a convivere  con condizioni più gravi di povertà e fame.
Sebbene tutto ciò accade in un mondo più ricco e più industrializzato.
Non possiamo affatto  continuare ad andare avanti convinti che esiste una crescita infinita in un mondo infinito, per di più al di fuori di logiche ispirate al rispetto di tutte le forme di uguaglianza e di libertà, al rispetto della natura stessa..
Il diritto alla piena libertà dell’individuo sta lasciando il posto sempre di più, ad una sorta di individualismo esaltato e verso una sempre più forte violenza morale e materiale.
Libertà ed uguaglianza  non potranno avverarsi e/o convivere senza il rispetto del principio della fraternità, cioè: senza una concezione che sostenga e promuova la consapevolezza della comune appartenenza alla natura, senza quel valore aggiunto che è la  solidarietà tra tutti gli uomini.
In questo contesto culturale e sociale, è paradossale il tentativo di disconoscere la centralità del lavoro come fattore di crescita sociale ed individuale, come condizione fondamentale dell’esistenzialità stessa dell’individuo.
 Alcune scelte  politiche non propriamente compatibili con lo stato delle cose, negli ultimi anni, hanno aggravato tali questioni ed hanno  prodotto il risultato, anche su scala globale, di aumentare le forme di sfruttamento del lavoro fino al ricorso in modo sistematico al lavoro minorile e a forme di  vera e propria  moderna schiavitù, specie nei paesi emergenti.
 Sicché il lavoro  ha perso  quella propria soggettività etica e morale di un tempo, quella  propria valenza giuridica  ed il lavoratore oggi, sempre più privo di soggettività ed autonomia, è diventato  funzionale agli interessi dell’impresa, ovvero: soggetto sacrificale nei riguardi della speculazione  economica, della rendita e del profitto.
In  un clima ideologico di accondiscendenza  della mercificazione dei diritti sociali, dove il diritto al lavoro si coniuga con altri diritti di più nobile valore intrinseco come libertà e  democrazia,  il lavoro ha perso anche il significato  di “rispetto della personalità e dignità del cittadino lavoratore”.
E’ indubbio che il cittadino senza lavoro perde parte della sua autonomia ed è costretto a mettere in gioco la sua stessa libertà .

Tutto il suo mondo fideistico, culturale, umano e sociale viene precarizzato e la sua stessa vita si carica di incertezze, ansie e paure, se non addirittura di subordinazione e di soggezione.
Sicché è necessario capire  che sul corretto concetto di “lavoro e non lavoro “, così come sulle condizioni di contrasto tra questi due aspetti  sociali; si costituisce il principale criterio attraverso cui viene  concepita  e vissuta la dimensione stessa della vita.
Specie le giovani generazioni dovrebbero assegnare a questa dimensione un grande peso, una grande valenza etica,  al fine di modificare  i consumati processi  di destrutturazione economica e sociale dei nostri tempi e proporre nuovi percorsi di incivilimento  economico e culturale.
In sostanza, lavoro  come diritto al sapere, allo studio, all’arricchimento culturale, alla crescita sociale non solo in termini  crudemente  economici.
Il mondo politico e le classi dirigenti del nostro paese, per il futuro stesso della nostra società,  narrino il lavoro in termini di diritto e non di favore dando consapevolezza e speranza che ancora tanto si può fare  in termini di ricchezza e valorizzazione del lavoro, in termini di un nuovo stato sociale, di un welfare  meglio contrattualizzato  e compatibile con le vere esigenze sociali  continuamente in evoluzione  stante i repentini cambiamenti epocali legati non ultimo  a irrefrenabili processi di globalizzazione incontrollata.
L’anello debole di questa vicenda  sono i giovani di oggi, le generazioni del terzo millennio.
Su questa generazione il dilemma “lavoro e non lavoro” scarica  ansie e frustrazioni anche in rapporto ai sentimenti ed ai legami tra giovani stessi e famiglia.
Non a caso, la crisi di autorità che oggi sconta la famiglia verso i figli è fortemente condizionata dalla insicurezza dei giovani perché privi di opzioni ed interessi che danno senso alla propria esistenza.
Occorre che si ricostruiscano nuove premesse affinché le nuove generazioni tornino ad investire sul proprio futuro  evitando di costringere loro a vivere una sorta di adolescenza prolungata  che dilapida il presente ed annulla ogni speranza di futuro.
E’ necessario, più che mai, creare rete e massa critica, al fine di costruire  insieme un percorso, un processo  di denuncia sociale  verso le istituzioni nella speranza che il problema  non continui ad essere sottaciuto, ma  al contrario, discusso e risolto attraverso i normali canali della politica e della programmazione dei governi nazionali e regionali e locali.

Più che mai si invochi la necessità e la speranza nel ridare dignità e sicurezza ad un mondo migliore;  nel vivere una quotidianità lontana dalle ansie e dalle paure; per dare sicurezza di vita  ai figli del futuro.

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